TESI DI GRUPPO
INTRODUZIONE
Il percorso formativo della cranio-sacrale ci ha portati a sentire la necessità di incontrarci anche al di fuori dei seminari poiché la portata dell’insegnamento ricevuto, oltre a comprendere informazioni anatomiche e fisiologiche, stimolava fortemente le sfere profonde delle nostre interiorità.
Ben presto abbiamo riconosciuto la preziosità del gruppo e della presenza di “un insieme” avvertendo che il vedersi solo ai seminari sarebbe stato troppo limitante e che non ci avrebbe permesso di proseguire il lavoro su di noi insieme ad altri ovvero non ci avrebbe consentito lo “scambio” che invece veniva a crearsi durante i seminari.
Il concetto di “scultura vivente” ci ha portato a riconoscere l’importanza del nostro prendere forma e della responsabilità che questa a sua volta ha nel dare forma alla scultura sociale e mondiale.
Fare una tesi di gruppo. Perché?
Per dare continuità al desiderio del gruppo di collaborare, di stare insieme, di crescere insieme, quindi di confrontarsi con tutto ciò che questo comporta: comprensione, incomprensione, tolleranza, intolleranza, gioia, dolore, rispetto, aiuto, supporto, critica, autocritica.
Tesi di gruppo non ha sicuramente significato per noi scegliere un tema da sventrare in tante parti quante sono quelle che compongono il gruppo, quanto piuttosto un proseguire nello sforzo dello “scolpire insieme”, garantendoci il rispetto delle nostre individualità, consentendo ad ognuno di affrontare il tema che più gli era affine e nelle modalità che preferiva, con il linguaggio che più lo rappresentava.
Il nostro intervento quindi è stato quello di comporre un fiore i cui petali sono i nostri singoli lavori e il cui centro è costituito proprio dalla parte meno visibile su queste pagine ovvero gli incontri avvenuti, le discussioni tenute, le presentazioni dei progetti di lavoro all’interno del gruppo, le telefonate, le scocciature perchè alcuni non rispettavano le scadenze stabilite, insomma lo sforzo e l’impegno che occorrono per lavorare e crescere insieme.
“Scultura vivente” e “gruppo vivente” cioè in movimento, in crescita: ecco quello che siamo.
La tesi di gruppo ci è servita a scolpirci e a scolpire durante gli incontri e nei periodi di separazione imparando l’arte dello scolpire e del lasciarsi scolpire: ascoltando, dialogando, accettando, rallentando, rispettando e, quando tutto ciò non è avvenuto la scultura lo ha sentito e ha reagito rimodellandosi attraverso lo sguardo che ogni sua componente ha di conseguenza dovuto dare dentro sé.
Lavoro di gruppo e tesi di gruppo quindi come un’occasione per approfondire e mettere in pratica nella vita sociale gli insegnamenti della cranio-sacrale: le abilità di base e l’avvicinarsi sempre più alla propria linea mediana.
Gruppo e tesi di gruppo quindi come occasione per lavorare su di sé, per poter meglio lavorare con gli altri.
Tesi di: Maurizio Ragnoli
ALCUNI ELEMENTI ESSENZIALI DELL'APPROCCIO CRANIO SACRALE:
LA MEDITAZIONE E LA COMPASSIONE
Contributo alla tesi di gruppo per la realizzazione di una
SCULTURA CALDA VIVENTE
Quando Friedrich mi ha chiesto perché avessi scelto di iscrivermi a questo corso di riequilibrio cranio sacrale, gli ho risposto che mi affascinava l’idea che attraverso questa tecnica terapeutica ci si potesse avvicinare ed entrare in contatto con il Divino che si manifesta nel corpo umano.
Quando ho fatto questa affermazione, in realtà non sapevo esattamente di cosa stessi parlando ma c’era qualcosa che mi attirava perché ero e sono alla ricerca di qualcosa che possa dare una risposta ai miei dubbi e alle mie domande sulla vita.
L’idea, poi, che ci fosse una terapia che, attraverso l’aiuto agli altri, potesse aiutare anche noi stessi, mi affascinava e mi commuoveva profondamente.
Ora, dopo 3 anni, sono qui e sto cercando di costruire insieme ai miei compagni questa “scultura vivente”, fatta di idee, di sensazioni e di emozioni.
Mi sono scelto il compito di evidenziare il valore apportato dalla componente meditativa e dalla compassione durante il trattamento cranio-sacrale.
Per sviluppare ciò , bisogna quindi cercare di capire cosa si intende per meditazione e compassione e come esse agiscono sulla nostra mente e sul nostro corpo.
La meditazione, in sintesi, consiste nel rallentamento dei flussi di pensiero finchè non si giunge al completo vuoto mentale e si entra quindi in contatto con l’essenza dell’Esistenza.
Da alcuni scienziati sono stati fatti molti esperimenti con meditatori occidentali misurando, con adeguati strumenti, la frequenza ed il ritmo cardiaco, le onde cerebrali e, attraverso il consumo di ossigeno, il metabolismo.
Venivano fatte misurazioni per 20 minuti prima che essi cominciassero a meditare, dopodichè veniva chiesto loro di iniziare la meditazione.
Esteriormente non avveniva alcun cambiamento, semplicemente essi usavano la mente in modo diverso.
Dopo 20 minuti veniva chiesto loro di riprendere a pensare in modo normale, per altri 20 minuti.
I ricercatori rilevarono notevoli fluttuazioni nel consumo di ossigeno e il consumo globale della loro energia e del loro metabolismo diminuiva durante la meditazione del 16-17%.
Anche la frequenza del loro respiro diminuiva da 13-14 atti respiratori al minuto a 9-10 e diminuiva anche la quantità d’aria che entrava e usciva dai polmoni senza che l’ossigenazione delle cellule diminuisse.
L’acido lattico che negli stati di ansietà ed agitazione è normalmente elevato, si riduceva drasticamente negli stati di calma e tranquillità.
I ricercatori pensano che ciò che avveniva durante la meditazione fosse una reazione opposta alla reazione di stress, (durante lo stimolo “combatti o fuggi”, come noto, si verifica un aumento del metabolismo, della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca e del ritmo respiratorio).
La meditazione che provoca ciò che possiamo chiamare “reazione di rilassamento” prevede, tra le altre pratiche, la ripetizione di un mantra.
Nel buddismo tibetano, un mantra molto conosciuto è OM MANI PADME HUM. La “reazione di rilassamento” che ne deriva , dopo averlo ripetuto un elevato numero di volte, è in grado di contrastare gli effetti dannosi dello stress. E’ quindi per questo motivo che la terapia della “reazione di rilassamento” si sta facendo strada anche nella medicina moderna.
Infatti, è raccomandata per l’ipertensione, per le aritmie cardiache, per il dolore cronico e per l’insonnia, per gli effetti collaterali della terapia anticancro e anti-AIDS, per gli stati fisiologici di ansietà, ostilità e depressione, per la tensione pre-mestruale, per l’infertilità e come preparazione ai raggi x ed alle operazioni chirurgiche.
Nel buddismo tibetano i monaci praticano un tipo di meditazione chiamata TUM-MO attraverso la quale si crea un particolare calore all’interno del corpo che serve ad eliminare i difetti derivati da un modo errato di pensare.
La loro abilità gli permette d’inverno, nelle fredde valli Himalayane, di asciugare più volte in una notte, i panni bagnati messi sul loro corpo nudo.
Fu rilevato che un monaco riuscì a diminuire il consumo di ossigeno nella strabiliante percentuale del 64% e la frequenza respiratoria passava da 14 a 5-6 respirazioni al minuto.
Ciò che si sta scoprendo per mezzo di questi esperimenti è che i processi meditativi causano mutamenti fisiologici decisamente notevoli nel nostro corpo, che hanno un diretto rapporto con la sua condizione di salute.
Infatti, ogni disturbo viene aggravato dallo stress. Nel trattamento del cancro, per esempio, si usano delle tecniche che comprendono la visualizzazione delle cellule bianche del corpo che attaccano le cellule cancerose e molti cambiamenti psicologici e fisiologici, legati all’ansia e alla depressione provocate dalla malattia, possono venire invertiti; le persone diventano meno depresse, meno ansiose e meno ostili.
Questo approccio può essere considerato Medicina Quantistica, se mi si concede il termine. E’ un concetto relativamente nuovo che svilupperò meglio quando cercherò di spiegare la stretta connessione tra la fisica quantistica e la meditazione e la compassione.
Noi, durante il trattamento cranio sacrale, con la nostra presenza meditativa aiutiamo il ricevente ad entrare egli stesso in uno stato meditativo e quindi di “reazione di rilassamento” con tutti i vantaggi fisiologici e psicologici che abbiamo sopra elencato.
Ciò avviene attraverso il fenomeno della risonanza (di cui parlerò più avanti) in cui le nostre onde cerebrali meditative entrano in intima relazione/connessione con il paziente.
Abbiamo visto sinteticamente quali e quanti sono i vantaggi per il corpo e la mente umana derivanti da un atteggiamento meditativo, ora avviciniamoci alla compassione, a che cos’è, come si può sviluppare e come si pratica.
La Compassione, sempre secondo il Buddismo tibetano, è la migliore protezione contro l’attaccamento e la mente egoistica e per questo motivo, come hanno sempre detto i grandi Maestri, “la compassione è la fonte della guarigione”.
Penso che sia fondamentale per noi terapisti sviluppare un sincero e profondo sentimento di compassione verso i nostri pazienti, in quanto, insieme ad un atteggiamento meditativo, ci permette di entrare in un contatto profondo ed amorevole con essi, con benefici per noi e per loro.
Vediamo ora in cosa consiste la pratica della compassione e come svilupparla.
Uno dei pregi del Buddismo è che ha sviluppato una serie di pratiche capaci di dare forza, entusiasmo e fiducia in situazioni delicate dove il dolore altrui può essere opprimente e fonte di paura.
La pratica del TONG-LEN che significa “dare e ricevere” è decisamente utile e valida.
Si tratta, in sintesi, di prendere su di sé il dolore sia fisico che mentale della persona con cui si entra in contatto e di trasformarlo in gioia, apertura e guarigione.
Questa pratica ha l’effetto immediato per il terapista di distruggere l’attaccamento all’io e l’affetto egoistico che sono la causa di tutta la sofferenza e della nostra chiusura/insensibilità verso gli altri.
A questo scopo sono stati pensati dei metodi per poter sviluppare l’amore e la compassione dentro di noi.
Il primo, chiamato amore-benevolenza, ci invita a ricordare un episodio in cui una persona ci ha amato profondamente e a farci, quindi, sentire degni di amore e di comprensione.
Ciò porta a sentirci, a nostra volta colmi di amore e benevolenza verso gli altri ed anche, dopo un po’ di pratica, verso i nostri “nemici”.
Il secondo metodo è di considerare gli altri uguali a noi in tutto e per tutto, infatti, come dice il Dalai Lama: “Tutti desideriamo la felicità, evitando ogni problema e sofferenza. Questo sentimento è costantemente presente ed è alla base dell’evoluzione di tutta l’umanità.”
Considerare gli altri esattamente come noi aprirà il nostro cuore e farà affiorare nuove intuizioni sul modo di dare aiuto.
Altro mezzo efficace è mettersi al posto degli altri, immedesimarsi completamente con la sofferenza altrui. Così facendo, l’affetto che usualmente riversiamo verso noi stessi, verrà rivolto agli altri.
Questa è decisamente una pratica molto potente per allentare la presa dell’attaccamento all’io e liberare così la compassione.
Un’altra pratica molto forte è usare un amico o una persona amata per generare compassione.
Consiste nel mettere l’amico al posto della persona sofferente, ciò farà sì che il nostro cuore si apra e liberi la compassione che verrà poi trasferita alla persona che ha bisogno del nostro sostegno. Ciò non porterà alcun danno all'amico, anzi non farà altro che aumentarne i meriti. E' una benedizione e guarisce tutte le persone coinvolte: colui che la dispensa, colui che la riceve e la persona tramite cui la compassione viene generata.
La quinta pratica consiste nell’essere emotivamente coinvolti in situazioni o immagini dolorose. Lasciamo che ciò accada, cerchiamo di essere vulnerabili. Lasciamo che il nostro cuore vada verso tutti coloro che soffrono con aperta e amorevole compassione.
Dicono i maestri: “Quando viene in contatto con il dolore altrui, la paura (che possa succedere a noi) genera pietà, ma l’amore genera compassione”.
L’ultima pratica consiste nel dirigere la compassione. Ci sono due modi per dirigerla mentalmente e renderla attiva.
Il primo è pregare affinché le nostre parole e azioni siano di beneficio a coloro che vengono in contatto con noi e rechino loro felicità. “Benedicimi perchè io sia utile”, dice un’antica preghiera.
Il secondo consiste nel dedicare la pratica spirituale e le azioni positive al bene di tutti gli esseri viventi, ciò stimola in noi il desiderio compassionevole e la determinazione di ottenere l’illuminazione per il bene degli altri.
Non si tratta di aspettare l’illuminazione per fare del bene agli altri ma di aspirarvici con convinzione e durante il cammino elargire tutte le azioni benevole di cui siamo capaci per il benessere sia fisico che spirituale degli altri.
Questi sono metodi forti e potenti per risvegliare e indirizzare la compassione, utilissimi per poi applicare la tecnica del TONG-LEN che dovrà, per prima cosa, partire da noi stessi.
TONG-LENG per noi stessi: seduti e rilassati lasciamo che i pensieri si calmino. Durante l’inspirazione assorbiamo tutte le negatività e durante l’espirazione dispensiamo calma, serenità e gioia. Poi ci dividiamo in due parti “A” e “B”.
“A” rappresenta la nostra parte amorevole, calma, aperta.
“B” rappresenta la nostra parte ferita, arrabbiata, paurosa, quella che ha sofferto.
Inspirando immaginiamo che “A” apra il suo cuore e con affetto e comprensione accolga tutta la sofferenza di “B”.
Anche “B” ora apre il suo cuore e tutto il dolore si scioglie in un abbraccio compassionevole.
Espirando immaginiamo che “A” trasmetta a “B” la forza guaritrice dell’amore: calore, fiducia, gioia e benessere.
Il TONG-LEN per se stessi è di fondamentale importanza, infatti per trasformare la sofferenza degli altri, dobbiamo prima riconoscere e trasformare la nostra.
Nel TONG-LEN quindi prendiamo e riceviamo, attraverso la compassione, il dolore, le paure, la rabbia, le frustrazioni e diamo, attraverso l’amore, tutta la nostra felicità, pace, salute e benessere.
Quindi, seduti tranquillamente, meditiamo ed attiviamo la compassione con uno dei metodi di preparazione sopra descritti, poi immaginiamo di fronte a noi una persona sofferente e che la sua sofferenza prenda la forma di un fumo caldo e nero. Inspirando, visualizziamo di inalare il fumo nero e di dissolverlo nel nostro cuore. Espirando, visualizziamo di emettere una luce fresca, bianca, di pace, gioia e benessere nei confronti della persona sofferente.
Qualcuno potrebbe pensare di danneggiare se stesso prendendo su di sé la sofferenza dell’altro ma l’unica cosa che il TONG-LEN può danneggiare è proprio quella che più ci danneggia: l’io, la mente dell’affetto egoistico che è la radice della sofferenza.
Dice Shantideva: “Chi vuole rapidamente offrire protezione a se stesso e agli altri, deve praticare questo santo segreto: mettersi al posto degli altri.”
In ultima analisi la pratica del TONG-LEN è di estrema importanza perché ci libera dall’interesse egoistico, causa prima di sofferenza, infatti, secondo il Buddismo, la sofferenza non ha realtà oggettiva: ciò che la fa esistere e le dà potere, è la nostra avversione. (!!!)
Infine, ci avvicina all’interesse ultimo che è liberare tutti gli esseri dalla sofferenza.
In Tibet, molte persone gravemente malate lasciavano tutto ciò che possedevano ed andavano a praticare il TONG-LEN in un cimitero prendendo su di sé la sofferenza degli altri e spesso, invece di morire, tornavano a casa guarite. Il potere della compassione non ha limiti.
Questo è l’atteggiamento principale che dovremmo mantenere durante i nostri trattamenti ed allora, anche un solo tocco, profondamente consapevole ed amorevolmente compassionevole, potrà portare la guarigione.
Tutto questo sembra fantastico, frutto di credenze primitive e di usanze di culture esotiche, ma la ricerca degli ultimi decenni sui neuropeptidi e la fisica quantistica dimostrano la realtà di queste convinzioni.
La Dr.ssa Candice Pert, facendo appunto ricerche sui neuropeptidi, li ha studiati in relazione al loro effetto sugli stessi recettori su cui agisce la morfina ed ha dimostrato che ad ogni pensiero, o immagine, seguono tutta una serie di immissioni in circolo, da parte del cervello, di queste sostanze con effetti immediati alla periferia e sugli organi.
Come si può desumere, noi siamo in grado quindi, di influenzare, regolando l’attività di questi neuropeptidi, il funzionamento del nostro corpo. Per esempio, a seguito di un’esperienza piacevole, quindi mentale, emozionale, si hanno dei risvolti positivi su molte funzioni corporee, proprio per immissione in circolo di endorfine (sostenze simili alla morfina).
Lo stesso sistema immunitario ne trae giovamento, potenziandosi.
I gluco-corticoidi, gli ormoni dello stress, così si riducono e cuore, polmoni, circolazione e metabolismo si assestano a valori ideali per la salute. Ciò si può ottenere con varie tecniche quali visualizzazioni, meditazione, reazione di rilassamento, etc. con il risultato di essere noi i creatori della nostra fisiologia corporea.
La fisica quantistica è andata oltre, dimostrando in laboratorio come entità immateriali pensiero e immagini vivide, di natura quantistica, cioè formate da pacchetti di energia, sia che siano particelle o che siano onde, sotto l’effetto dell’osservatore, cioè della nostra attenzione, (Teorema di Heisenberg), si trasformano da onde di probabilità, invisibili, in particelle visibili (effetto mente-corpo come sopra ricordato). In poche parole diventiamo creatori della nostra realtà. Il cervello diventa, quindi, il mezzo attraverso cui agisce la mente ma secondo la fisica quantistica, applicata alla fisiologia (Wolf), ci sarebbero tante piccole menti quante sono le molecole del nostro corpo che cooperano con la mente più grande in un’unica rete di scambi immediati. Inoltre, il teorema di Bell, che riguarda la non-località, dice che due particelle, (quindi oggetti materiali) che vengono separate, dimostrano di essere unite, qualunque sia la distanza, con fenomeni che riguardano entrambe contemporaneamente, come se ci fosse, ed è stato dimostrato, un legame che va oltre la velocità della luce. Si spiegherebbero così fenomeni come la risonanza, la telepatia, la chiaroveggenza, la guarigione a distanza etc.
Specificatamente la risonanza è un fenomeno che permette a onde diverse di essere in fase e quindi in sincronia le une con le altre e visto che le nostre emissioni mentali sono onde, si può desumere che durante il trattamento cranio-sacrale, la risonanza sarà più intensa e profonda, più sarà intensa, profonda e amorevole la nostra presenza meditativa e la nostra compassione.
E’ per questo motivo che mi sono così dilungato sulle varie tecniche e qualità di meditazione e di compassione, perché considero di fondamentale importanza la corretta applicazione della presenza spaziosa, attenta e amorevole del terapista. Come dicevo sopra, attraverso il TONG-LEN su se stessi, ci avviciniamo e riconosciamo la sofferenza del paziente. Questo è molto importante nel rapporto terapeutico e fa sì che il paziente si senta accolto, accettato e profondamente compreso.
Potrà, quindi, rilassarsi intensamente permettendo all’energia vitale e di guarigione di raggiungere e nutrire i punti più reconditi, dove si sono insediati la malattia ed il trauma.
“Resta nella calma e ci saranno pace e risonanza.
Semina calma, pace e loro raccoglieranno saggezza.
Mettiti di lato e si cureranno da soli.
Lascia andare il tuo desiderio di curare e osserva come
Dio appare”
(Lao Tze)